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LA NOTTE DI HALLOWEEN: LE RADICI EUROPEE DELLA FESTA

31/10/2006

La festa di Halloween, si sta affermando con forza nelle nosta cultura
suscitando la preoccupazione di chi la ritiene una moda USA avulsa dalle nostra
tradizione. In realtà la vigilia di ognissanti è una ricorrenza che,
diversamente da quanto non si creda, appartiene alla tradizione dei popoli
europei.

La parola Halloween è una contrazione delle parole inglesi “All hallows Eve”
cioè la vigilia di Ognissanti, giorno introdotto nel calendario della Chiesa da
Papa Gregorio IV nel IX Secolo d.C. autorizzando così la “cristianizzazione”
della tradizione religiosa celtica che perdurava fra le popolazioni europee
dell’epoca.



Ma quali sono le origini di questa ricorrenza?


 


IL SAMHAIN


"Samhain" (sow-in), deriva dal gaelico antico "Samhuinn" che in inglese
moderno è divenuto "Summer’s End".

Samhain segnava la fine dell’estate e l’inizio della stagione invernale.

Nell’antica tradizione celtica i festeggiamenti avevano inizio alcuni giorni
prima per poi concludersi con la data che nel nostro calendario corrisponde
all’11 di Novembre, giorno dedicato a San Martino quasi a voler perpetrare, come
del resto avviene per ogni festività cristiana istituita nel giorno anticamente
corrispondente ad una celebrazione, una festa che, nella tradizione druidica,
era considerata sicuramente il momento più solenne dell’Anno.



E’ l’inizio… il momento in cui la natura inizia il suo riposo che in verità non
è che l’elaborazione del nuovo… E’ l’inverno che viene a preparar la rinascita
della primavera...

E’ da qui che si è tessuta l’idea di Samhain come festa dei morti.

Ma è esattamente il contrario! Samhain è legata alla vita, alla Dea che muore
per poter rinascere…

Il termine “morte” è utilizzato a mio avviso in un’accezione che ne ha distorto
il significato originario nel corso dei secoli. L’etimologia lo fa risalire allo
zendo mara o al sassone antico mordh in cui la radice “mar” rimanda all’aramaico
Madre o all’esseno Grande Madre che fa presumere un ritorno all’origine in senso
metafisico…

Con il termine “Madre” o “Dea” i Celti designavano la Terra, intesa come Entità
Planetaria che sostenta i suoi figli in un rapporto di fattiva cooperazione…un
rapporto che mi fa sovente pensare biologicamente alla cellula e ai suoi
organelli, all’essere umano e alla sua flora batterica…



Lo stretto rapporto, quasi simbiotico, con la Terra trae origine dal fatto che i
Celti assunsero una connotazione come popolo in un contesto antropologico di
passaggio dal nomadismo all’agricoltura che impose un più attento esame delle
stagioni e dei cicli naturali…

In realtà gli antichi popoli che costituirono poi tale ceppo provenivano da
Oriente e ciò spiega le meravigliose analogie tra il sanscrito ed il gaelico,
nonché una comune matrice nell’uso del simbolismo che, l’attuale fisica quantica
ha compreso essere molto importante ai fini delle risonanze e delle conduzioni
energetiche…

Il modus vivendi che potrebbe codificarsi in sciamanesimo, conduceva a percepire
la Natura come una Forza, talvolta generosa, talvolta crudele che appariva in
mille forme diverse, avendo la capacità di trasformarsi al di là di ogni schema
o legge. Ecco perché ancor prima della sincretizzazione con il Culto Cristiano,
durante l’invasione romana soprattutto in Bretagna ed in Cornovaglia, Roma non
importò alcun Pantheon celtico.

I Romani infatti si votavano alla divinità del popolo da conquistare,
offrendole, qualora avesse garantito loro la vittoria, l’erezione di un tempio.
Il nome della divinità veniva però poi cambiato, creando una sorta di
mescolamento di tradizioni e rituali.

I Romani, animati unicamente dal concetto di espansione, non erano soliti
stravolgere culti e tradizioni. Pensiamo al fatto che sul posto veniva inviato
un governatore la cui giurisdizione non intaccava l’ordine della comunità che
conservava un proprio Re in un contesto di pacifica, per quel che si poteva,
convivenza.

Gli stessi Vangeli, pur se in alcuni tratti palesemente ritoccati e privati di
passi importanti, testimoniano il tipo di ordinamento stabilito dai Romani in
quello scenario.

La tradizione celtica ha usato quale strumento di trasmissione la codificazione
in simboli e leggende. Molti di essi vennero recuperati dal movimento che sorse
ai primi del 1900 e che assunse il nome di Wicca, anche se, come prima
accennavo, la Matrice del Culto è esattamente la stessa che ha dato vita ad
altri Culti e di cui ciascuno di noi è una codificazione…

Le tradizioni rappresentano un importante patrimonio culturale che, a mio
avviso, è giusto custodire, ma bisogna inquadrarle come espressioni di culture
diverse che nascono da un'unica idea e che hanno dato vita ad archetipi diversi
che però esprimono lo stesso concetto originario, al di là dei condizionamenti
culturali.

Tornando ai Celti, la capacità della Forza di essere qualsiasi forma animata,
conduceva al concetto di impossibilità di racchiudere in una forma l’essenza
divina.

La Grande Madre, “Don”, “Dona”, Danu” o “Anu” da cui la versione moderna di
Diana, risiedeva secondo alcune genti nella costellazione circumpolare di
Cassiopea, costellazione dalla caratteristica forma a W o M a seconda di come e
da dove la si guardi.

La relegazione di Diana nella costellazione di Cassiopea ha da sempre suscitato
la mia curiosità…

Cassiopea si trova nella Via Lattea, un campo magnetico, da cui sembrava
provenire il c.d. battito cardiaco della Terra, la frequenza Shumann.

Anche se ora la Terra ha subito molti mutamenti da questo punto di vista e si è
avviata verso una altro campo, in quel tempo era proprio da lì che proveniva la
vibrazione d’energia elettromagnetica…

Terra come Entità Planetaria e Natura intesa come Energia Vitale da cui ogni
essere è permeato.

L’Unione tra Cielo e Terra assumeva in tale contesto una valenza assai
significativa…la Forza seppur nella sua Unicità si estrinseca nelle due
espressioni che, ricongiungendosi, determinano la Creazione in un contesto di
perenne equilibrio…

In ogni rituale celtico si palesa il mito delle Nozze Sacre, l’unione tra il Dio
e la Dea, il Principio Maschile Cosmo e quello Femminile Terra.

L’osservazione del cielo, delle sue misteriose periodicità e dei fenomeni
imprevisti, da sempre sentiti come presagi, acquista proprio per questo un
rilievo particolare, perché si sa dai tempi più remoti che è il moto annuale del
Sole, che cambia la posizione del suo sorgere e del suo tramontare nel corso
dell’anno e la sua altezza massima sull’orizzonte a mezzogiorno, a determinare
l’alternarsi delle variazioni climatiche stagionali, e anche perché, studiando
la periodica variabilità del ciclo lunare, si può misurare il tempo con maggior
precisione, e la misurazione del tempo è una delle più preziose forme di
adattamento umano ai mutamenti della natura.

Quella stessa curiosità e quella capacità di riflessione razionale che avevano
portato molti secoli prima genti primitive ad allineare file di enormi pietre
con punti particolari dell’orizzonte per costruire enormi calendari naturali che
ricordassero all’uomo quando si doveva effettuare la semina o quando si doveva
cominciare a raccogliere le messi prima che il Sole le disseccasse o preparare
il cibo e le pelli per l’inverno, unite al fascino che il cielo notturno ha
sempre esercitato sull’uomo, fecero volgere al cielo gli sguardi dei sacerdoti
ministri del culto, i druidi (dall’irlandese druid, derivato dal sanscrito veda,
conoscere, vedere, e forse dal gallico dervo, quercia, dunque probabilmente
“saggio dei boschi”).

Ed essi lo fecero con scrupolosa precisione, osservando i movimenti del Sole e
della Luna per formulare calendari sempre più precisi che potessero anche
prevedere le eclissi di Luna, e memorizzando le posizioni delle stelle ed i moti
dei pianeti. Racconta inoltre Cesare nei “Commentarii” che i druidi addestravano
gli aspiranti sacerdoti sulle questioni relative al moto degli astri, ma allo
stesso tempo annota: «...essi (i druidi) non ritengono lecito scrivere i loro
sacri precetti; invece per gli affari, sia pubblici che privati usano l’alfabeto
greco. Mi sembra che due siano le ragioni per cui essi evitano la scrittura:
prima di tutto perché non vogliono che le norme che regolano la loro
organizzazione siano risapute dal volgo, poi perché i loro discepoli non le
studino con minore diligenza...».

Nella “Refutatio omnium haeresium” Ippolito afferma poi che: «I druidi dei Celti
hanno studiato assiduamente la filosofia pitagorica...e i Celti ripongono
fiducia nei loro druidi come veggenti e come profeti perché essi possono predire
certi avvenimenti grazie al calcolo e all’aritmetica dei Pitagorici».

Il Samhain s’inquadra in un contesto ciclico di passaggio…

È il ritiro nell’oscurità della notte per elaborare l’idea della rinascita… Non
morte dunque, ma Vita che nasce dall’oscurità apparente in cui arde la scintilla
che verrà alimentata fino a divenire fuoco d’Estate…


 


LA ZUCCA COME SIMBOLO DELLA DEA MADRE



La tradizione vuole che solo verso il 1700 iniziò a sorgere l’usanza di
intagliare strani e spaventosi volti nelle rape e di inserire nel loro interno
delle candele illuminate proprio per allontanare gli spiriti maligni; nel 1845
però, una spaventosa carestia in Irlanda obbligò moltissime persone a immigrare
in America portando con loro anche queste tradizioni. La difficoltà di reperire
rape nel nuovo continente fece si che il tubero fosse sostituito dalle molto più
diffuse zucche gialle che ancor oggi sono uno dei simboli più ricorrenti di
Samhain.

La zucca è da sempre legata a rituali di morte e rigenerazione, propri del culto
della Dea, in quanto emblema di procreazione e fertilità.

Nel Corpus Hippocraticum del 400-300 a.C. si legge:



"...se la donna ha la stanguria tagliare la testa e il fondo di una zucca,
metterci sotto del carbone, gettare sul fuoco della mierra triturata, la donna
si sieda sulla zucca e faccia entrare quanto più possibile i suoi organi
genitali, affinché le parti genitali ricevano più vapore possibile..."



La zucca era anche associata al dio Priapo, divinità di origine greca poi
successivamente "adottata" dai romani, spesso rappresentata con volto umano ed
orecchie caprine, recante in mano un bastone usato per spaventare gli uccelli,
una falce per potare gli alberi e sulla testa foglie d’alloro. Sua
caratteristica più evidente è l’enorme fallo simbolo proprio della sua natura
feconda.

Il dio era anche strettamente collegato alla zucca come possiamo leggere dai
Carme Priapei:



"...io sono invocato come custode ligneio delle zucche..."



E ancora il ricordo della zucca come frutto legato ai rituali di fertilità lo
ritroviamo in molti autori latini che la associano al parto e alla gravidanza:



"...intortus cucumis praegnansque cucurbita serpit..."



o ancora in Propezio che scrive:



"...caerules cucumis tumidoque cucurbita ventre..."



Così la zucca è simbolo al tempo stesso maschile e femminile, recando nel suo
ventre fruttifero i semi.


 


LA PROCESSIONE DEI MORTI, DAL MONDO CELTICO ALLE TRADIZIONI ITALIANE



Altra interessante tradizione è legata al famoso "Trick or Treak", la mascherata
di bambini che attraversano le vie della città cercando dolciumi e regalini.

La sua genesi risale all'XI° secolo quando in Europa compaiono moltissimi
racconti popolari che narrano dell’"esercito furioso", un’apparizione di
creature fantastiche che sfilano in processione nella notte del Samhain.

La storia trae probabilmente origine dal Sabba medievale in cui le “streghe”
(termine derivante da “strix” uccello notturno), a cavallo di animali totemici e
guidate da Diana, correvano di notte al banchetto.



L’abitudine di travestirsi da “Morte” con tanto di falce, deriva invece dall’ "Ankou",
il messaggero bretone che giunge ad avvisare le persone del loro trapasso.



Altra tradizione bretone è narrata da Procopio di Cesarea nella sua "Guerra
Gotica" che parlando della Brittia racconta di strani individui che avevano il
compito di traghettare le anime dei morti:



"...giunto a questo punto della storia mi sembra inevitabile raccontare un fatto
che ha piuttosto attinenza con la superstizione... A tarda ora della notte,
infatti, essi sentono battere alla porta e odono una voce soffocata che li
chiama all’opera. Senza esitazione saltano giù dal letto e si recano sulla riva
del mare... sulla riva trovano barche speciali, vuote. Ma quando vi salgono
sopra le barche affondano fin quasi al pelo dell’acqua come se fossero
cariche... dopo aver lasciato i passeggeri ripartono con le navi leggere...".



Ancora oggi in Bretagna, arenate nelle sacche di sabbia formate dalle
mareggiate, si ritrovano vecchie barche oramai in disuso che nessuno si azzarda
a spostare perché quelle sono le barche che traghettano i morti.

Tale superstizione affonda le sue radici nel mito di Avalon, la fantastica terra
di mezzo per raggiungere la quale si dovevano varcare, con la propria
imbarcazione, le nebbie che si aprivano solo al comando di druidi e sacerdotesse.LL


LA PROCESSIONE DEI MORTI NELLA TRADIZIONE ITALIANA

Ila tradizione italiana pullula di racconti fantastici legati al giorno di
Ognissanti. In Friuli, il Ginzburg parla dei Beneandanti, uomini dai particolari
"poteri" che combattono, in particolari periodi dell’anno, le forze maligne per
assicurare fertilità ai campi.

Sempre in Friuli si narra dell’avventura capitata ad un povero monaco nel 1091
che lungo un sentiero di campagna venne attratto da strani lamenti e
avvicinatosi scorse una processione nella quale riconobbe uomini di sua
conoscenza passati a miglior vita.

In Lucania si narra invece di una singolare "messa dei morti":



"...una volta un forese [abitante del paese di Forenza, in Lucania N.d.A]
commise con il suo padrone di andar ad attingere acqua ad una fontana lontano
dal paese... il forese si mise in cammino ma giunto nei pressi della fontana di
Tromacchio vide quattro persone che portavano a spalla una bara... decise di
andare alla fontana di spando ma anche qui il cammino era sbarrato dai
quattro... allora gli venne incontro un sacerdote morto da qualche tempo che lo
prese per mano e gli disse 'queste scommesse non le devi fare'..."



Sempre nella regione lucana, fortemente legata al mondo contadino, pullulano
storie di donne che, mentre raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino,
scorgevano strane processioni tra le quali individuavano alcuni loro defunti;
narrazione affermata in tutto il Sud Italia.

Anche in questo caso le "visioni" sono accomunate da un particolare: avvengono
solo in specifici momenti della vita dell’individuo o in particolari periodi
dell’anno, spesso coincidenti con festività agrarie, come ad esempio la Festa di
Ognissanti o la notte di San Giovanni.


 


DOLCETTO O SCHERZETTO? I PROLEGOMENI DEL CIBO DEL MONDO CTONIO



Allo stesso modo si innesta la tradizione del cibo dei defunti, trasformato poi
nelle leccornie e dolciumi per i bambini.

Da sempre l’uomo ha avuto timore del ritorno del defunto, l’untore che può
portare morte tra i vivi.

Secondo così il principio della magia simpatica, ponendo del cibo nelle tombe,
si sarebbe placata la fame del trapassato impedendogli di ritornare al mondo
terreno.

Che il cibo reale fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi
testi come il "De Masticazione Mortuorum in Tumulis" di Michel Raufft o la "Dissertatio
Historico-Philosophica de Masticatione Mortorum" di Philip Rohr.

Cibo rituale sono le fave e i ceci, da sempre presenti nei convivi funebri e
nelle "merende" che si tenevano tra i parenti del defunto immediatamente dopo il
funerale. La motivazione potrebbe essere che le fave sono stata da sempre
considerata come il mezzo per comunicare con l’Aldilà; esse erano presenti nelle
cerimonie funebri nell’antico Egitto ed in Grecia mentre a Roma erano il simbolo
della resurrezione dalla morte.

Cicerone ci informa dell’uso ateniese di spargere granaglie sulle tombe. Legumi
cotti in enormi pentole venivano offerti ad Hermes Ctonio. Ancora fino al secolo
scorso in vari paesi grandi bigonci erano posti agli angoli delle strade in modo
che le anime vaganti, ma anche i poveri, potessero rifocillarsi.

Il seme è inoltre simbolo del continuo ciclo di morte e rinascita. Esso infatti
viene mietuto proprio per poter ricrescere.

La dea Cerere, "Madre del grano" ne è l’emblema ed è pertanto associata alla
fertilità.

Non dobbiamo poi dimenticare la tradizione del melograno come altro alimento
importante; esso è un frutto di speranza, ricco di semi e da sempre albero di
fertilità.

Così, ad esempio, sulla tomba di Osiride germoglia un melograno dopo che esso
viene ricomposto da Iside; raffigurazioni del frutto le troviamo sulle pareti
tombali etrusche e romane.



E’ in tale luce che debbono essere inquadrate le schiere di ragazzini,
mascherati da esseri demoniaci o semplicemente da strane creature animalesche,
che girano per le città al grido di "trick or treak".

Essi, come i vetusti sciamani, altro non sarebbero che i defunti che tornano tra
i vivi chiedendo loro in offerta cibo rituale in cambio di tranquillità: solo
una volta sazio il defunto potrà ritrovare la pace dell’aldilà.

 


Silvia Girotti

 


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